Quando immaginiamo un attacco pensiamo ancora a qualcuno che sfonda un server centrale. Non accade quasi mai. Si passa dall'anello debole: il laptop di un collaboratore, l'account cloud di un fornitore, una mail a un assistente, un documento caricato su uno strumento di intelligenza artificiale. Gesti normalissimi, fatti da persone fidate, semplicemente nel modo sbagliato.
L'ho capito presto, e in un modo poco ortodosso. Sono nato programmatore: il mio primo software di sicurezza è del 1995, e usciva allegato a una rivista in edicola. Poi sono passato dall'altra parte del tavolo: crittografia per strutture militari e istituzioni pubbliche, tecnologie di protezione dei dati adottate anche dalla Commissione Europea e dalla European Defence Agency, e dal 2022 CyberGrant, in California. Trent'anni di lavoro, una convinzione sola, un brevetto che la certifica.
Ma non è per il software che mi chiamano di notte.
Un volto noto della televisione. Un parlamentare. Un imprenditore. Un amministratore delegato alla vigilia di una decisione che non può sbagliare. Della lezione tecnica non importa nulla a nessuno di loro, e fanno benissimo. Quello che vogliono sapere è se la persona dall'altra parte del telefono saprà cosa fare quando qualcosa andrà storto. Perché prima o poi qualcosa va storto, sempre.
Come è cominciata davvero l'ha raccontata Andrea Bettini sul Sole 24 Ore: Oltre la password.
Ero un programmatore autodidatta con una passione che bruciava e un'idea più grande di me: scrivere un software di sicurezza in un'epoca in cui di sicurezza non parlava quasi nessuno. Nacque così Windows Limits, il mio primo software di protezione degli endpoint.
Faceva una cosa sola, e la faceva bene: decidere cosa un utente poteva e non poteva fare sulla macchina.
Oggi tutto questo ha un nome: si chiama irrigidimento dell'endpoint, ed è uno dei pilastri della sicurezza aziendale. Nel 1995 ero un ragazzo di diciassette anni che aveva capito una cosa in anticipo: se non puoi impedire a qualcuno di sedersi davanti a un computer, puoi decidere tu cosa quel computer gli lascia fare.
Quando PC Magazine lo pubblicò fu una piccola cosa enorme. Non per il riconoscimento, ma per la sensazione di aver fatto qualcosa di utile.
Da lì ho imparato la regola che seguo ancora: semplicità e potenza non sono in contrasto. Un sistema che nessuno riesce a usare non protegge nessuno.
Accompagno chi si affaccia oggi alla sicurezza delle informazioni: professionisti che cambiano strada, giovani manager, responsabili tecnici che si trovano per la prima volta a rispondere davanti a un consiglio.
È la parte del lavoro che mi restituisce di più, ed è il motivo per cui tengo i corsi di persona.